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La roccia denominata Chianca AmaraLo spuntone di roccia che fuoriesce nella piazzetta Chianca Amara, fra via Cimaglia, via Gregorio XIII e vicolo Chianca Amara, secondo la tradizione ricorda che "nell'anno 1554 del mese di Luglio, dopo l'esser stata sette giorni assediata da Draguth con settanta galere dell'Armata del Gran Turco, fu ultimamente, non potendosi più difendere, saccheggiata, presa et abbruggiata con preda notabile di cittadini e ricchezze e con perdita di sette milia anime tra presi e morti; e fu questa notabilissima ruina pianta per tutta Italia".

Qui, però, non si deve rievocare soltanto l'ultimo scempio operato a Vieste dalle orde barbaresche di Draguth con scene sadiche e raccapriccianti uccisioni di gente che tentava di difendersi. Questo spuntone deve ricordare, a partire dai primi anni dell’IX secolo fino al primo quindicennio del 1800, tutte le rappresaglie operate da saraceni, corsari e barbareschi con distruzione, incendi e razzie, deportazioni e uccisioni, oltraggio e dissacrazione della religione di Cristo, nonché coloro che furono rapiti e venduti schiavi e gli scampati che con tenacia e sacrificio hanno versato il sangue per difendere la propria casa, la propria famiglia, la città e che si sono sacrificati per la ricostruzione onde trasmettere ai posteri un migliore avvenire.

Questi i due personaggi più significativi della distruzione di Vieste: Acmet Pascià e Dragut rais.

ACMET PASCIA'

L'occupazione di Costantinopoli (1453) da parte di Maometto II il Conquistatore (1430-1481), segnò la fine dell'Impero d'Oriente e la conquista della Serbia, della Grecia, delle colonie genovesi, veneziane e slava, che mise in apprensione la Chiesa e i governanti di tutta Europa.

Le mire principali di Maometto erano essenzialmente quelle di impadronirsi di Rodi Egeo per meglio spadroneggiare nel Mediterraneo orientale, di occupare la Puglia, di punire Ferrante I (più noto come Ferdinando), re di Napoli per aver dato ospitalità al suo acerrimo nemico Leonardo III Tocco e, inoltre, conquistare l'Italia e fare della basilica di S. Pietro la stalla per i suoi cavalli.

Il 28 luglio 1480 iniziò l'azione contro Otranto, partendo da Valona con 140 vele e un esercito di circa 20 mila uomini al comando del gran visir Acmet Breche Dente Pascià (più noto come Acmet o Acomet Basnà e anche come Keduc Achemet, Ghedik Almed oGeduk Pascià o semplicemente Alì Basnà). Era costui un neofita dell’Islam di origine slava, “homo di statura piccola, di colore bruno, nasuto, con poca barba, mezzo spano, brutto di volto, di animo crudelissimo e molto avaro, povero e vile”. Non riuscendo a prendere con lusinghe la città che teneva in stretto assedio, sfogò la sua ferocia dal 12 al 14 agosto, distruggendovi le porte e gran parte delle mura di cinta e trucidando nella Cattedrale, sul colle della Minerva, 800 cristiani insieme al vescovo.

L’ordine specifico del Gran Sultano era di “andare a conquistare il paese di Puglia, a cacciarne gli infedeli dai cattivi pensieri, distruggere con l’esercito vittorioso la potenza degli infedeli dall’iniquo costume, incorporare quelle terre nella dar al-Islam (ecumene dell’Islam) innalzando le insegne conquistatrici dell’Islam vittorioso ed eliminare di là ogni traccia di miscredenza”. Questo faceva presagire la catastrofe per tutta la Puglia o addirittura del Regno di Napoli. Vi fu senz’altro una sottovalutazione da parte del re di Napoli, che sicuramente non pensava ad un’invasione degli ottomani dopo la loro fallita conquista di Rodi Egeo. Questa mancata preoccupazione si può dedurre dal dispaccio dell’ambasciatore di Bari inviato al duca Ludovico Sforza il 13 ottobre, in cui è detto esplicitamente: “De tre cose è rimasta inganata la Maestà del Re: prima che mai credeva che [i Turchi] venissero; secondo che non dovessino pigliare Otranto; tertio che, presa et bruxata, se dovessino partire; dubito rimanerà inganata dela quarta, che forsi pensava doverli cazare per forza”. Né il re aveva prestato attenzione e credito alle voci che si diffondevano sull’ammassamento di forze nel porto di Valona e alle richieste dei responsabili militari di Bari, Brindisi e Otranto su un urgente rafforzamento delle difese poste sulle coste adriatiche.

Se ne capacitò solo dopo la strage di Otranto. “Veduto il Re questo assalto, scrive Machiavelli, e conosciuto di quanto principe ella fusse impresa, mandò per tutto nunzi a significando, e a domandare contro al comune nimico aiuti e con grande istancia revocò il duca di Calavria e le sue genti che erano a Siena”.I soccorsi richiesti da Ferdinando e, successivamente, anche dal Papa alle grandi potenze italiane, piuttosto riluttanti, arrivarono con molto ritardo anche perché si sospettava che a chiamare i Turchi ad invadere il Regno di Napoli fosse stata Venezia, che si sentiva minacciata dall’alleanza creatasi fra il re Aragonese con Firenze, Milano e Ferrara.

Il piano condotto da Acmet era la destabilizzazione dell’Italia e quello di imboccare la via Appia per raggiungere subito Roma e sottomettere il Papa. E nell’intento di disorientare e ostacolare l'avanzata dell'esercito napoletano guidato dal Duca di Calabria, il Pascià partì con una sessantina di navi e sei mila uomini verso il Gargano, occupò Vieste, altro punto strategico della costa, per avere via libera, per dirigersi alla conquista di Napoli e marciare verso Roma.

Il 29 agosto Vieste venne sorpresa per l'imprevisto e fulmineo assalto, ma seppe resistere al massiccio e violento attacco. Il bombardamento durò più giorni, poi i Turchi scesero dalle navi, abbatterono le porte e si avventarono "come iene assetate di sangue" sulla popolazione e con “uccisione di molte anime… el turco ruinò e brusiò fino a li fondamenti” la città. Molta parte della popolazione riuscì a trovare scampo nella vicina campagna ed altra nel Castello, mentre morirono combattendo i valorosi capitani don Giaime d'Ajerba d'Aragona, Innico de Vera, Giulio Acquaviva, Carlo Stella, Diomede della Tolfa e Francesco figlio del celebre dottore Paris d'Apruzzo, consigliere di re Ferrante.

Mentre si stava consumando questo flagello, giunse in porto inaspettata una fusta da Otranto, portava senz’altro preoccupanti notizie ad Acmet, perché questi immediatamente abbandonò la sanguinosa impresa e veleggiò con il suo esercito verso Otranto.

Il 2 settembre, passando per Manfredonia, tentò un'incursione, ma la vigile opera del conte Alberico di Lugo e di un certo Serpencino, mise in disagio la flotta turchesca e costrinse il gran visir a ripiegare e a lasciare duecento prigionieri.

Successivamente Ferdinando I si recò a Foggia per dirigere personalmente le operazioni militari e, pregato da Antonio Miroballo, un nobile napoletano, governatore della città, venne in Vieste e, constatati i danni subiti, si prodigò per farla ricostruire e, al tempo stesso, di  rifornirla di soldati e di molte munizioni.

Il 3 maggio dell’anno successivo morì all’improvviso Maometto II e fra i figli scoppiarono contrasti e dissapori, e, fra l’altro, non autorizzarono più Acmet a continuare la conquista della Puglia e posero fine alla guerra.

Si narra inoltre che il nuovo Sultano fece addirittura strangolare con una corda d'arco il feroce rais per le orribili atrocità operate in Italia. "... tal fine ebbe il perfido Agomath che fu certo poca pena al demerito della sua crudeltà, per la quale dovevano essere riservati maggiori tormenti".

DRAGUTH RAIS

Dragut RaisSolimano I, detto il Magnifico (1495-1566), agli inizi del secolo XVI riprese la politica d’espansione islamica nel Mediterraneo occidentale ed infestò le coste adriatiche. Egli si considerava l'unico imperatore e accusava Carlo V di Spagna di essere un impostore. Per combatterlo si alleò con le piraterie che veleggiava nel Mediterraneo e con Francesco I re di Francia. Carlo V si rese subito conto che queste alleanze mettevano in serio pericolo l'integrità del suo impero, a cominciare da quella del Regno di Napoli. Infatti la breve distanza con l'Albania alimentava nei barbareschi il desiderio continuo di predare. Inoltre, questi disponevano per la flotta approdi sicuri e ben difesi, come quello di Corfù, di Durazzo e di Valona. Quest'ultimo scalo costituiva la base militare principale e più importante, perché da qui partivano le navi che facevano periodicamente razzie sulla costa pugliese.

Carlo V cercò immediatamente di rendere più efficace il sistema difensivo e ordinò al viceré di Napoli, don Pedro di Toledo, di costruire, nei luoghi più esposti al pericolo, baluardi di difesa e torri di avvistamento. Nonostante queste iniziative a salvaguardia della costa pugliese spesso, però, villaggi, borghi e città subirono ugualmente incursioni dei predoni. Molto funesta fu quella di Vieste del 15 luglio 1554, capeggiata dal famigerato pirata Draguth (o Dorghud), che nel 1551 era passato come corsaro alle dipendenze di Solimano II con l'incarico di rais e di comandante della flotta della Mezzaluna. Per le sue operazioni militari e per la sua crudeltà si guadagnò l'appellativo di "Spada snudata dell'Islam", perché ogni battaglia era per lui un'opera meritoria per il paradiso, e la ferocia trovava giustificazione nei precetti del Corano.

In questo periodo Vieste, per sua sventura, non era più città demaniale (o regia) ed era passata sotto la signoria del Mendoza e il presidio militare si era di molto ridotto e, pertanto, divenne facile preda da assaltare e saccheggiare.

Draguth non vi arrivò per una spedizione mirata, capitò per caso in quel 15 luglio 1554, spinto da una violenta tempesta. Egli, che non lasciava mai niente di intentato, non esitava ad usare sistemi terribili pur di affermare la sua autorità. Vero flagello di Dio, imprimeva il segno della sua ferocia e della sua atrocità ovunque si trovava, e a Vieste non perdette tempo nel metterla a ferro e fuoco. Ancorate le 70 galee presso lo scoglio di S. Eugenia e alla punta del Corno, fece sparare "novicento settanta doi colpi di cannonate", contro le mura della città e contro il Castello. La popolazione, sorpresa e terrorizzata, si rifugiò nella Cattedrale e nel Castello e il Governatore trasmise subito la notizia alle autorità provinciali. Queste, però, operarono con molta lentezza, solo Nicolantonio Dentice, signore di Monte S. Angelo accorse con un manipolo di uomini che aveva a suo servizio, ma ne rimase mortalmente ferito. Anche a nulla valse la mediazione di un tal canonico Nerbis, fratello del Camerlengo di Vieste, che cercò di patteggiare la resa della città dietro consegna di oro e di argento.

Abbattute le mura, i pirati commisero notevoli danni a persone e cose ed inaudite efferatezze, specie nel luogo della Chianca Amara, ove, come vuole la tradizione, gli inabili, gli anziani, donne e bambini vennero trucidati, né risparmiarono i luoghi sacri e i sacerdoti e trascinarono sulle navi con violenza molti uomini e donne per trarli in schiavitù.

Il governatore di Vieste, Mario de Abenante, che nell'occasione aveva assunto l’incarico di Capitano a guerra, tentò in tutti i modi una strenua resistenza con i pochi militi (forse 100) a sua disposizione. Il Castello si arrese nella mattinata del  24 luglio, prima dell’arrivo degli invocati soccorsi. Pare che la resa sia avvenuto, secondo quando riferisce il vicerè Pietro Pacecco cardinal Saguntino nel dispaccio del 3 agosto all'Imperatore, perché gli stessi abitanti "hanno obbligato il Capitano a trattare con i turchi, giacché non potevano continuare a difendersi e preferivano la schiavitù alla morte". Lo stesso Cardinale mette successivamente sotto inchiesta il conte di Montecalvo, governatore di Puglia, accusandolo di negligenza per non aver soccorso Vieste e lo stesso Mario di Abenante per non aver saputo aspettare i soccorsi. Certo è che Vieste subì gravissime perdite sia con il saccheggio che con la decimazione di forse 3.000 persone, fra uccisi e deportati “La major perdida que ha sido es que se llevava mas de tre mill animos por la tiene mejor esta ahora que estan diroccadas aquella murallas y el castillo”

C’è un notevole divario fra i documenti circa il numero dei deportati e degli uccisi a Vieste: dalla Relazione del Cardinale Siguntino emerge che la cifra non supera il numero di 3000; e con questa cifra concordano diversi storici, fra cui Mirella Mafrice e Mario Spedicato, mentre Vito Salierno si limita ad alcune migliaia. Le fonti turche invece parlano di 7000 musulmani liberati e di questo stesso parere sono pure Enrico Bacco e Vincenzo Giuliani. Bisogna, però tenere in debita considerazione che in quell’anno la popolazione di Vieste registrava 485 fuochi e che nel 1561 ne contò solo 139. Anche a voler considerare un fuoco, cioè una famiglia, costituita da 10 persone (cosa improbabile!), i presenti a Vieste non potevano raggiungere le 5.000 unità e, pertanto, è impossibile sostenere che fra deportati e uccisi vi siano stati 7.000 vittime, ma che queste potevano oscillare fra le 2000 e le 3000 e non di più.

Il Re ritenne però Vieste come il maggior caposaldo del Gargano, la riacquistò al Regno e la munì, allora, del presidio di 200 militi al comando di Tiberio Brancaccio.

La perdita di Vieste suscitò commozione e rabbia in tutta Italia e sei Cardinali (tra cui Giovan Pietro Carafa, futuro Paolo IV) e il vescovo di Vieste, Fabio Pellegrino, che all'epoca del disastro era a Roma, non poterono che appellarsi al Papa Giulio III per riscattare i rapiti. Il Papa rilanciò le tradizionali "hortatoria pro captivis", indicando il bisogno di aiuto dei prigionieri e chiedendo al mondo cattolico il contributo per riscattarli.

Il famigerato Draguth, "il capitano più pericoloso, più sperimentato e più irriconciliabile nell'odio che avesse per i cristiani", morì il 25 giugno del 1565 durante l'assedio di Malta.

Il 24 Ottobre 1954, l'Amministrazione Comunale, a ricordo del 400° anniversario di questo eccidio, fece porre nella piazzetta, dove si consumarono i maggiori massacri, la seguente lapide, che ora è depositata nel Museo Civico di Vieste:

QUESTA ROCCIA
IL 15 LUGLIO 1554
ROSSEGGIO' DI SANGUE VIESTANO
VERSATO COPIOSO DALLE FEROCI BANDE DI DRAGUTH
ONDE IL NOME DI CHIANCA AMARA
CHE RICORDA AI POSTERI
IL VANO BARBARISMO ANTICRISTIANO.


 

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